BONEFRO scritti sul "blasone"

30.04.2013 14:06

Scritto del Prof Colabella Michele sul "blasone" di Bonefro

 

'U Bbunifre è 'nu bbelle pejese,

che stà 'n gòppe e 'na bbelle culline;

è 'u rré d'i pejese v'cine,

pare quasce 'na granne c'tà...

 

Questi versi, scritti nell'ottobre del 1936 da un giovane universitario e cantati in occasione della festa dell'uva, sono diventati l'inno del paese. Bonefro, in effetti, sorge su un grande sperone roccioso e si estende dai 631 metri della piazza ai 889 metri del Cerro del Ruccolo, da dove si ammira da sempre un magnifico paesaggio, con il massiccio del Matese, i monti dei Frentani e il braccio del mare Adriatico che va dal faro di Vasto fino al promontorio del Gargano, dal quale spuntano le isole Tremiti e il lago di Lesina. In questi ultimi decenni si è aggiunta anche la vista dei laghi artificiali di Guardialfiera, sul Biferno, e di Occhito, sul Fortore. 

 

Gente “tosta” quella bonefrana. 'U pop'le bbun'frane dà mezzate e n'n dà pane. Ai tempi dei tempi, il dio della sapienza se ne andò in giro per il mondo con la sua bisaccia, per dispensare a manciate tale virtù su tutte le località che incontrava. Arrivato alla fine del suo lungo tragitto, si trovò proprio al di sopra Bonefro, su cui decise di svuotare tutta la sapienza che era rimasta. E così, per questo gesto di grande magnificenza, da allora i bonefrani sono diventati tutti semidei. Tuttavia, qualcuno con disprezzo li definisce magnesurge. Tutta invidia! La verità è che per un certo periodo di tempo in paese vi era l'usanza di allevare i surg'din'je ('porcellini d'India'), delle cui carni più di qualcuno si cibava.

 

'U Bbun'frane, copp'le 'n gape e curtelle 'm mane. I bonefrani si vantano di essere discendenti di quei briganti, che rapirono le donne venafrane che si recavano in pellegrinaggio al santuario di Monte Sant'Angelo. In ricordo di tale evento, l'abitato che si venne a formare prese il nome di Bonefro, che deriva da Venafro. Il ribellismo divenne un loro carattere ereditario.

 

'U zite chiagne, 'u merchese zombe, si diceva in riferimento al diritto che si era arrogato il marchese di passare la prima notte di nozze con la novella sposa. Fino a quando, un giovane, vestitosi con abiti femminili, lo riempì di bastonate, ponendo fine a questo sopruso centenario. Nel 1848 successe... il quarantotto. Si sollevarono sia i galantuomini (Caitane 'Hust'nelle ch'a còcce d'u Bburbone ce vo' fa' 'u p'sc'turelle), sia il basso popolo ('I chefune bbun'frane 'i Bberbone 'i cach'ne 'm mane). Arrivata finalmente l'unità nazionale, moltissimi cafoni del sud si ribellarono ai “piemontesi”, poiché li ritenevano degli spietati invasori. Dend'u vosche de F'cherole J'nnare Fendette 'sp'ttave l'ore. Gennaro Fantetti e Nicola Milone si dettero alla macchia nel bosco di Ficarola, dove la guardia nazionale li sorprese; uccise il secondo brigante, mentre ne ferì il primo, che il giorno dopo fu fucilato in pubblico, per dare un duro monito alla popolazione. I galantuomini continuavano nel loro dispotismo. 'U cioppe Cennelle pe' duji fìqu're ade purtà 'a stembelle. Un giorno il segretario comunale si avvicinò a un venditore di fichi e cominciò a mangiarli a sbafo e, alle sue rimostranze, rovesciò a terra la sporta ancora piena. A questo punto intervenne il giovane ventenne Gennaro Pappalardi che lo prese a schiaffi; il prepotente funzionario, per vendicarsi dell'affronto ricevuto, lo fece arruolare nell'esercito nazionale, pur trattandosi di un orfano di padre, primo di molti fratelli minorenni. Il destino volle che nell'agosto del 1862 si trovò a combattere contro Garibaldi sull'Apromonte, con il risultato che, come il famoso generale, fu ferito a una gamba che poi gli venne amputata. 'I femm'ne 'mbr't'nende so' ulen'ce mar'jènde ('susine amare'). Durante la settimana santa del 1918 le donne bonefrane si opposero al razionamento del grano da macinare, perché affamava una popolazione in gran parte contadina, e organizzarono uno sciopero che iniziò nelle parti alte del paese e si diresse contro il mulino elettrico situato in via XX Settembre. Grande fu il trambusto che ne derivò; tornava alla mente quel detto che suona, però, in senso positivo: 'Na femm'ne e 'na pap're ànne messe e rr'more tutte Naple!

 

Passarono altri decenni di disagi e sventure, finché si giunse ai primi anni del secondo dopoguerra, pieni di (vana) speranza per un futuro migliore, con contadini e operai alla ricerca di “pane e lavoro”. La situazione peggiorò con la legge che aboliva l'imponibile di mano d'opera; per tutta risposta fu l'organizzato nel 1950 uno sciopero generale regionale, che fu fatto reprimere per ordine del prefetto di Campobasso, con il comando perentorio di arrestare gli scioperanti più in vista. E così, poco dopo la mezzanotte del 21 febbraio, ne furono arrestati nelle loro case otto, che quindi furono trasferiti per 11 giorni nelle carceri di Campobasso. Essi non si persero d'animo e continuavano a cantare, sull'aria di un noto motivo religioso:

 

Vogliam Ddije in camicia rossa

e Sande 'Ndon'je col mitra in man

e il Papa in motocicletta

fare la staffetta ai nostri partigian.

            Dio benedico Stalin

           con la falce e martel.

           Vogliam Nenni come nostro padre,

           vogliamo a Togliatti come nostro re.

 

Fu l'ultimo atto di ribellione. Bonefro, che nel 1947 contava 4876 abitanti e che raggiunse il massimo dell'espansione nel 1953 con 5090 iscritti, improvvisamente cominciò a spopolarsi fino ad arrivare agli attuali 1500 abitanti. Come successe in tante altre occasioni, lo sbocco della crisi economica fu trovata nell'emigrazione, con intere famiglie che si trasferirono definitivamente in Canada, in Francia e in altri paesi. Quanne lundane staje, 'u Bbunifre, n'n d'u scurde maje... Il figlio del famoso “poeta analfabeta” ze' Parde 'M'llecocce, Nicola Agostinelli, che era emigrato a 16 anni negli Stati Uniti d'America, nel 1959, preso da un forte sentimento di nostalgia, tornò dopo cinquant'anni nel paesello natìo, ma fu tanta profonda la sua delusione, che scrisse questi amari versi:

 

Non rimuovono un sasso,

non rimuovono un fosso:

è un viver lasso

a più non posso...

 

A questo punto irrompe sulla scena lo storico che racconta... tutta un'altra storia. Bonefro sorse in seguito al fenomeno generale dell'incastellamento, iniziato sin dal IX secolo. Il primo documento che ne parla risale al 1049. Il conte longobardo Adelferio, nel donare al monastero di Montecassino l'abbazia di Santo Eustasio, precisa che essa confinava con i suoi “castelli”, ovvero i luoghi fortificati, di Sancto Iuliano e di Binifero. Quest'ultima denominazione ha l'accezione di “località del vino”, che deriva dal termine latino vinifer, 'che produce vino'. Ancora nel 1743, dallo spoglio del catasto onciario risulta che su 300 nuclei familiari censiti, solo 25  non avevano vigneti, mentre tutti gli altri li coltivavano a vario titolo. La proprietà più estesa, frazionata in varie contrade, apparteneva alla marchesa Sinforosa Mastrogiudice, con 31 trentali, più due altri dati in concessione (il trentale era pari a poco più di 10 are, oppure a una vigna che richiedeva una giornata lavorativa di cinque robusti operai); seguivano altri grandi possidenti con rispettivamente 26, 23 e 20 trentali; la vigna più ampia, in un unico corpo, era di 14 e apparteneva al notaio del paese. 19 dei censiti avevano vigneti che variavano dai 10 ai 19 trentali, 55 dai 5 ai 9; tutti gli altri si dovevano accontentare di particelle di uno-due trentali o poco più.

 

Sintomatico è il caso del ramo principale della famiglia Colabella. Domenico Colabella, “massaro” ('imprenditore agricolo', si direbbe con il linguaggio di oggi) possedeva tre vigne per complessivi 18 trentali e mezzo. Nella seconda metà del XIX secolo, il suo discendete diretto Michele Colabella (1829-1880) si costruì una sua spaziosa abitazione a ridosso della piazza, riservando un locale per l'attività di pizzicagnolo e per la vendita al dettaglio del vino. Nello stesso tempo, suo fratello Francesco veniva appellato 'ze Bbacche, per la sua grande passione per il vino. L'attività fu proseguita dal figlio Nicola, vignaiolo e cantiniere, che a sua volta ebbe due figli maschi: Michele e Domenico. Il suo primogenito, pur essendo un sarto provetto per essere andato a perfezionarsi a Nizza, dal 1° gennaio del 1929 fino al 1935 esercitò l'attività di commerciante di vino all'ingrosso, con la vendita di circa mille litri al giorno (si approvvigionava anche dalla Sicilia), dal momento che riforniva i paesi vicini, principalmente S. Croce di Magliano. Intanto non aveva trascurato la cura delle sue vigne, tanto è vero che partecipò alla famosa festa dell'uva del 1936, con un carro addobbato con i tralci dell'uva tirato dall'asino del suo mezzadro. I sette figli di quest'ultimo rallegravano la scena: J'nerucce suonava l'organetto, mentre le tre sorelle vestite da pacchiane e gli altri tre fratelli cantavano e offrivano l'uva a tutti i presenti. Il premio fu vinto (o fu fatto vincere, come si mormorava) dal podestà Nicola Agostinelli. A parte questa polemica sotterranea, i due in verità erano i più grandi esperti di vigneti, prova ne sia che entrambi si servivano di un manuale della prestigiosa “Biblioteca Agraria Ottavi”.

 

Michele aveva avuto due figli: Libero, che casualmente è anche il nome italico del dio greco Dioniso, e Dionisio (nomen omen!), il quale ha continuato fino alla sua morte, avvenuta nel 1990, la tradizione familiare della vinificazione. Precedentemente, nel 1985 suo cugino Nicola aveva chiuso la più che secolare cantina degli antenati, per dedicarsi a un'attività commerciale di gran lunga più redditizia. Attualmente a Bonefro si possono contare i vigneti con le dita di una sola mano, principalmente per la scomparsa dei mezzadri, che si sottoponevano ai gravosi lavori richiesti: 'A vigne e ll'orte vonne l'ome morte! E così è rimasto solo il ricordo del famoso brindisi:

 

Questu vine è bbone e bbèlle,

'a selute d'i Colebèlle!

 

 

 

 

—————

Indietro